Nel corso nella mia esperienza clinica mi sono interrogata spesso su quali siano le caratteristiche comuni riconducibili a una famiglia sana e se fosse possibile individuare alcune peculiari differenze nelle “famiglie disfunzionali”. Ovviamente la diversità presente in ogni famiglia con la propria storia diviene un bagaglio unico e imprescindibile che non permette di etichettare o minimizzare le difficoltà dei sistemi familiari. Ma il mio tentativo è di individuare delle macroaree di interesse su cui focalizzare l’attenzione e che potrebbero permettere, non solo a me come terapeuta, ma anche alla famiglia e ai suoi membri, di sviluppare una riflessività sul funzionamento familiare.

Ciò che molte volte si osserva nelle famiglie in difficoltà è la presenza di un “paziente designato” ovvero di un familiare portatore del sintomo, colui che materialmente viene o “viene portato” in terapia. Spesso però il paziente è soltanto portatore di un sintomo che in realtà è dell’intero sistema familiare. Il sintomo ha solo la funzione di segnalare che “qualcosa non va” ma ciò può avvenire a diversi livelli.

I livelli di difficoltà possono riguardare la dimensione individuale (comportamenti, ruoli dei membri), la dimensione relazionale (gerarchie, stili di comunicazione, relazioni, confini) o la dimensione sociale (ambiente sociale, condizione socio-economica, contesto esteso).

 Ad esempio si può osservare come la spiccata vivacità e irrequietezza di un bambino emerga proprio nel momento in cui la conflittualità tra due genitori è altissima.

Di converso, esistono diverse ricerche e tentativi di sintetizzare in criteri la definizione di “famiglia sana” ma quella che a mio parere risulta più completa è quella che hanno dato Kantor e Lehr; entrano in questa definizione tutti quei gruppi familiari che soddisfano la maggior parte dei propri bisogni definiti in modo collettivo e congiunto, che mettono in grado i propri membri di realizzare gli scopi definiti da ciascuno e che non impediscono sistematicamente ai propri membri di perseguire bisogni e obiettivi individuali.

La famiglia quindi deve costantemente trovare un equilibrio tra mantenere una coesione familiare e nello stesso tempo promuovere l’autonomia dei singoli membri.

Tale “funzione sana” richiede delle abilità nei membri della famiglia:

il modo di affrontare e negoziare i conflitti. Quindi nelle famiglie sane non c’è un’assenza totale di litigi e conflittualità bensì l’abilità di saper comunicare con gli altri e di negoziare delle soluzioni

il modo di affrontare il disagio e la sofferenza. Può capitare in tutte le famiglie di vivere situazioni particolari di dolore o disagio dovute a fattori interni o esterni alla famiglia (es.lutti, malattie, perdita del lavoro, trasferimenti, traslochi..ecc) ma ciò che permette la solidità del nucleo è la capacità di affrontare con coesione e empatia questi eventi.

– valorizzare le proprie risorse. Non basarsi su regole stabilite a priori ma valorizzare e potenziare nei membri della famiglia le risorse e le capacità uniche che ognuno possiede.

Riflettendo su tali abilità si può comprendere con la famiglia sana sia una famiglia flessibile, in grado di adattarsi costantemente a un sistema che è inevitabilmente in evoluzione poiché i membri che ne fanno parte sono in continuo cambiamento.

Basti pensare a una coppia di genitori con figli adolescenti, tale sistema sarà molto occupato a stabilire dei confini per i figli che hanno un forte e naturale impulso ad uscire dalla famiglia e a voler esplorare il mondo per mettere alla prova la propria autonomia e le proprie capacità sociali. I confini sani che permettono di mantere la coesione in famiglia e nello stesso tempo rispettano i bisogni dei figli sono confini negoziabili, flessibili. Ciò richiede una continua messa in discussione dei limiti e un forte impegno comunicativo da parte di entrambe le generazioni.

Per riuscire a coniugare bisogni collettivi e bisogni individuali, inevitabilmente emerge un certo grado di conflittualità. Moltissimi studi in psicologia sociale e dello sviluppo sono però in accordo sul considerare questo tipo di conflittualità come un’occasione importante per la crescita.

Il conflitto, per molti è visto in accezione negativa e distruttiva, in realtà osservandolo con una luce positiva,  può diventare un vero motore per il cambiamento poiché innesca processi innovativi all’interno del gruppo.

Il lavoro terapeutico spesso consiste proprio nell’attivare negli individui delle modalità comunicative funzionali che permettano innanzitutto di comprendere e successivamente di esprimere in modo sano i propri bisogni e saperli mettere in relazione con quelli degli altri, ciò permetterà di costruire relazioni forti e durature nel tempo.

Dr.ssa Calderaro

 

 

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